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Articoli sulla religione degli ebrei cristiani
4 ottobre 2016
Rosh ha-shanah 5777 (3-4 ottobre 2016)
La festività di Rosh ha-shanah o capo d'anno ebraico per l'anno ebraico 5777 (2016-2017) verrà celebrata i 3 e 4 ottobre 2016 (1° e 2° giorno), vigilia il 2 ottobre. Alle origini della ricorrenza Rosh ha-shanah è la festività che celebra il capodanno ebraico. E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”. La ricorrenza non è legata ad alcun fatto storico relativo al popolo d’Israele, ma vuol ricordare la creazione del mondo; è, in altre parole, il giorno del “compleanno” della Terra. Una data quindi di importanza universale in quanto, riallacciandosi al giorno in cui furono creati il primo uomo e la prima donna, mette in luce che l’intera umanità, discendente tutta dalla prima coppia, gode di pari diritti e dignità in quanto ogni uomo è figlio di Dio. Nella Torah, non è usato il termine Rosh ha-shanah, bensì quello di Yom teru’ah, “giorno del suono” (dello shofar): nella sinagoga, infatti, il giorno di Rosh ha-shanah lo shofar viene ripetutamente suonato perché, secondo una tradizione, l’ultimo giorno della creazione Dio manifestò la sua gioia e la sua vicinanza all’uomo creato “a immagine divina”, proprio con il suono dello shofar. In questa prospettiva, il giorno di Capodanno e il periodo immediatamente seguente (periodo, in cui, secondo l’ebraismo, Dio giudica ogni singolo individuo a qualunque popolo appartenga) diviene avvenimento che coinvolge i membri dell’intera umanità. Ma è anche un giorno che riguarda personalmente ogni individuo perché ognuno di noi ha una personalità a sé stante, con i propri problemi personali, familiari, di lavoro e di salute: problemi che lo spingono a levare gli occhi verso Dio per chiedergli aiuto e conforto, per trovare in lui la forza di continuare, di migliorare, di scegliere la giusta strada. Il suono dello shofar che echeggia in questo mondo così tecnologicamente avanzato, ma in cui purtroppo l’odio e l’aggressività sono tutt’altro che scomparsi, in cui gli Stati continuano a intraprendere guerre, e ognuno cerca il proprio profitto chiudendosi in piccoli egoismi, ha espressamente lo scopo di richiamare l’attenzione di ognuno di noi su alcune domande fondamentali: “Chi sei? Perché? Che cosa stai facendo della tua vita?”. Per questa ragione il Capodanno ebraico è avvolto da un’atmosfera di santità, di gioia serena, di rinnovamento e di rafforzamento dei legami che uniscono gli uomini a Dio. E’ il giorno in cui l’uomo comincia a fare un esame di coscienza per giudicare se stesso, il proprio comportamento durante l’anno trascorso, gli errori commessi, le tentazioni alle quali non ha resistito. E in base a tale giudizio, prende l’impegno di cambiare, di rafforzare le giuste decisioni, di eliminare gli errori per quanto gli sarà possibile. L’errore è infatti una componente umana; le difficoltà che la vita ci prospetta ogni giorno, ci pongono dinanzi a continue scelte, a inevitabili dubbi, a insistenti tentazioni: la santità perfetta è qualità che solo Dio possiede. Ma l’uomo è perfettibile: ed è questo che si propone ogni ebreo nel solenne giorno in cui ha iniziato un nuovo anno, in cui ogni essere umano può compiere una svolta decisiva ed iniziare un nuovo percorso. Senza eccedere né nell’auto-compassione, né nell’autocondanna che raramente raggiungono risultati positivi, ognuno può imporre a se stesso, con la propria forza di volontà, di uscire dal tunnel oscuro del peccato, nella sicurezza che Dio misericordioso è sempre pronto a tendere una mano agli uomini disposti ad affrontare, animati da nuova speranza e da trepida gioia, il prossimo futuro: perché “le porte del perdono sono sempre aperte” e “dal cielo porgono una mano a chi viene a purificarsi”. Ma, come si diceva, il giorno di Rosh ha-shanah è il giorno in cui anche Dio prende in esame e giudica il comportamento di ogni uomo, le sue opere, i suoi pensieri, i suoi rapporti con il prossimo, il suo pentimento, per decidere del suo destino nell’anno a venire: decisione che assumerà il suo carattere definitivo il giorno di Kippur, sulla base del pentimento dimostrato e dell’impegno assunto durante i giorni penitenziali. Ma non per paura del castigo, bensì per amore verso Dio, verso la sua opera, verso le sue creature, ci si può avvicinare all’ideale propugnato dall’ebraismo sin dalle sue premesse: riportare sulla terra l’era della pace, meritando così il ritorno alla perfetta pace del Gan Eden! Rosh ha-shanah è anche la festa della speranza. (1) Lo shofar Si tratta di un corno d’animale (normalmente di capro, a memoria dell’animale sacrificato da Abramo al posto di Isacco) adibito a strumento musicale, che ha la sua parte in molti momenti di riti, soprattutto a Rosh ha-shanah e a Kippur. (2) Il suono dello shofar è un suono ricorrente in tutta la storia ebraica e rappresenta la speranza e la fiducia. Al suono dello shofar, che echeggiava solennemente sul monte Sinai, furono consegnati a Mosè il Decalogo e la Torah. Quando Mosè salì la seconda volta sul monte Sinai per ricevere nuovamente le tavole che aveva spezzato alla vista del vitello d’oro, diede ordine che ogni giorno venisse suonato lo shofar perché il suo suono ammonitore impedisse al popolo di lasciarsi nuovamente fuorviare dal culto pagano. Lo shofar viene oggi suonato nella sinagoga in tre modi diversi: teru’ah (suono staccato e martellante), shevarim (tre brevi emissioni di suoni), teqi’ah (un lungo suono ininterrotto). L’anno del Giubileo aveva inizio nel giorno di Kippur, al termine dei dieci giorni penitenziali ed era annunciato con il suono dello shofar. Era l’anno in cui agli “schiavi” veniva restituita la libertà e in cui le terre che, per un qualsiasi motivo, fossero state vendute durante gli anni precedenti, ritornavano agli antichi proprietari: saggia legge sociale che impediva l’eccessivo arricchimento da una parte, la condanna dell’eterna misera dall’altra. Al suono dello shofar il Signore annuncerà la completa redenzione del suo popolo: “in quel giorno verrà suonato un grande shofar e coloro che erano dispersi nel paese di Assiria, e quelli che erano dispersi nel paese d’Egitto, verranno e si prosterneranno sul monte santo, a Gerusalemme” (Is 27, 13). E’ in base a questa profezia che nella ‘amidah, preghiera che recita tre volte al giorno, si chiede a Dio: “Suona il tuo grande shofar per annunciare la nostra liberazione, e riuniscici dai quattro angoli della terra nella nostra terra”. Secondo alcune tradizioni lo shofar rappresenta inoltre la fiducia nella risurrezione dei morti che sarà anch’essa accompagnata dal suono di questo strumento. E infine anche la redenzione dell’intera umanità, l’Era messianica, secondo la tradizione ebraica sarà annunciata dal suono dello Shofar (cf Is. 18, 3). (1) Usi e tradizioni Tashlikh: “Tu getterai” Nel pomeriggio di Rosh ha-shanah è uso recarsi presso un fiume o al mare, o comunque in un luogo ove ci sia dell’acqua corrente, per gettarvi simbolicamente qualcosa di vecchio, recitando i versi del profeta Michea: “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19). Tale cerimonia si chiama Tashlikh. Ovviamente, come tutti gli usi entrati nella tradizione di ogni popolo, tale cerimonia non deve essere considerata una specie di superstiziosa liberazione da ogni peccato, ma deve essere interpretata nel suo significato simbolico di impegno personale a rigettare ogni cattivo comportamento. A tavola: il seder di Rosh ha-shanah La sera di Rosh ha-shanah la tavola ha un aspetto particolarmente festoso e colorato. Dopo la consacrazione della solenne ricorrenza con il Kiddush, la challah, il pane preparato appositamente per la festa, oltre che nel sale viene intinta nel miele perché “ci conceda il Signore un anno dolce e piacevole”. Inoltre la sua forma non è allungata, ma rotonda, perché l’anno sia privo di spigoli. Si prepara poi una fruttiera piena di mele e di melograni: le mele vengono intinte nel miele e mangiate dopo il pane, quasi da raddoppiare l’augurio di un anno dolce. In quanto ai melograni, essi non solo rappresentano una primizia di stagione (e ciò è di buon auspicio per l’anno nuovo e permette di aggiungere alla benedizione di ringraziamento a Dio quella delle primizie), ma vengono divisi tra i commensali, i quali si augurano che durante il nuovo anno le buone azioni si moltiplichino come i semi di un melograno. In molte comunità si usa terminare la cena con un dolce fatto col miele. I vari piatti che sono mangiati durante la cena di Rosh ha-shanah sono generalmente composti da: fichi, mela, zucca, finochio, fagiolini, porri, bietola, datteri, melograno, testa d’agnello e di pesce. In sinagoga A Rosh ha-shanah, come anche a Kippur, in sinagoga domina il colore bianco. Bianca è la tenda che copre il luogo ove sono contenuti i rotoli della Torah, bianche sono le “vesti” che coprono i rotoli stessi. Anche coloro che partecipano alla funzione usano indossare un indumento bianco o aggiungere qualche accessorio bianco agli abiti di festa, in quanto il bianco è simbolo di purezza. Numerosi sono gli inni, i salmi e i canti che si recitano in sinagoga in occasione di Rosh ha-shanah. (1) Fonti: (1) Clara ed Elia Kopciowski “Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste” ; (2) Elena Loewenthal “Gli ebrei questi sconosciuti” http://www.comunitaebraicabologna.it/it/?option=com_content&view=article&id=627

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3 ottobre 2016
L'APERTURA DEL MAR ROSSO BIBLICO CONFERMATO DALLE SCOPERTE
L’apertura del Mar Rosso: riscontri storici ed archeologici dell’evento Numerosi ricercatori hanno tentato per anni di reperire l’esatta località in cui si svolse il miracolo dell’Apertura del Mar Rosso. Per secoli, nessuno di essi fu in grado di spiegare dove fosse scomparso il possente esercito del faraone, finché alla fine del XX secolo, avvenne una notevole svolta in questo senso. Il seguente approfondimento espone dati di notevole interesse riguardo ai risultati delle nuove ricerche. L’itinerario dell’Esodo All’epoca della schiavitù, gli ebrei vivevano nella regione del delta del Nilo, in una località denominata Ra’msès. I figli di Israel partirono da Ra’msès verso Sukkòt, circa seicentomila uomini a piedi, oltre ai bambini. (Shemòt 12, 37) Usciti dall’Egitto, gli ebrei sostarono nella località di Sukkòt, situata all’estremità settentrionale dello Stretto di Suez. Fotografia ripresa dal satellite, dove è segnato l'itinerario percorso dagli ebrei, dall'Egitto fino a Etàm. La localizzazione di Sukkòt Esiste una località denominata “Tharu”, “T’aru” o “Takut” che corrisponde precisamente alla descrizione di Sukkòt. Da alcuni antichi manoscritti emerge che “Tharu era situata presso il delta” o Ra’msès, “dove gli ebrei avevano risieduto. Era anche il luogo dove l’esercito egizio si preparava per uscire verso il nord”. Giuseppe Flavio, nella sua opera Antichità (libro II, cap. X) scrive: “In quanto guida militare, Moshè conosceva Tharu; fu lì che preparò il suo enorme esercito all’Esodo. Da lì partirono per Etàm”. La tappa successiva: Etàm Partirono da Sukkòt e si accamparono a Etàm, all’estremità del deserto (Shemòt 13, 20) Etàm era situata all’estremità del deserto, presso il Mar Rosso (o Mare dei Giunchi): Dio fece quindi deviare il popolo attraverso il deserto, verso il Mare dei Giunchi; i figli di Israèl erano saliti armati dal paese d’Egitto (Shemòt 13, 18) Dal deserto al mare Mentre il popolo ebraico percorreva il deserto, in fuga dall’esercito egizio, Hashèm disse a Moshè di dirigersi verso sud e di raggiungere il mare. A quel punto gli ebrei dovettero percorrere un wadi che portava appunto alla costa: «Parla a figli di Israèl, che tornino indietro e si accampino dinanzi Pi Hakiròt, tra Migdòl e il mare, dinanzi a Ba’al Tzefòn, di fronte a esso, accampatevi presso il mare. Par’ò dirà dei figli di Israèl: “Essi sono intrappolati, il deserto li ha serrati!” (Shemòt 14, 2-3). Da un’attenta analisi delle descrizioni bibliche emerge che per giungere dal deserto del Mare dei Giunchi alla costa, gli ebrei avrebbero dovuto attraversare un wadi con le seguenti caratteristiche: 1.che fosse circondato da alte montagne dalle quali non ci fosse possibilità di fuga o ritirata, affinché fossero intrappolati; 2.che esso potesse accogliere alcuni milioni di persone, oltre al loro bestiame e ai loro averi; 3.che li portasse a una spiaggia abbastanza grande da poterli contenere tutti. Vista della spiaggia di Nuweiba da Wadi Watir, nel punto in cui esso si incontra con la spiaggia. Si noti la vicinanza tra la spiaggia e l'Arabia Saudita, di fronte.L’unico wadi della regione che risponda a questi requisiti è quello denominato Wafi Watir. Esso è l’unico tratto che avrebbe potuto ospitare il numero ingente di ebrei usciti dall’Egitto e portarli dal deserto al mare. Sempre nella sua opera Antichità (Libro II, cap. XV) Giuseppe Flavio aggiunge interessanti informazioni concernenti l’inseguimento del popolo ebraico da parte delle milizie del faraone: “Essi inoltre ostruirono i passaggi da cui ritenevano che gli ebrei potessero fuggire, rinchiudendoli fra i precipizi inaccessibili e il mare. Così bloccarono gli ebrei nel punto in cui le montagne si rinchiudevano presso il mare”. La spiaggia presso la quale avvenne l’Apertura del Mare Esaminando la piantina della regione si può trovare un’unica spiaggia abbastanza grande da contenere almeno due milioni di persone: Nuweiba. Fotografia satellitare della spiaggia di Nuweiba, Si notino le dimensioni della stessa e il grande wadi che conduce dal deserto al mare.Questa spiaggia si estende su un’area particolarmente vasta, nella quale gli ebrei poterono facilmente sostare, con il loro bestiame e i loro beni. Giunti alla costa, gli ebrei si trovarono letteralmente intrappolati. Non potevano tornare indietro a causa delle milizie egiziane al loro inseguimento, né potevano dirigersi a nord, in quanto all’estremità settentrionale della spiaggia si ergeva una fortezza egizia, tutt’oggi esistente (in ristrutturazione). Quanto all’estremità meridionale della spiaggia, come scrive Flavio (Antichità, Libro II, 3-15) era chiusa dalle montagne: “Là si ergeva infatti una catena montuosa impossibile da valicare, che impediva la loro fuga”. La spiaggia di Nuweiba La fortezza egizia presso la spiaggia di Nuweiba. Le colonne Nel 1978 furono scoperte due colonne di granito uguali fra loro, che si ergevano ai due lati dello stretto del Mare dei Giunchi. La colonna ritrovata sulla spiaggia di NuweibaUna di esse, rilevata nella spiaggia di Nuweiba, era in parte immersa nell’acqua e l’iscrizione che la caratterizzava era quasi del tutto cancellata. All’epoca Nuweiba era ancora in territorio israeliano. In seguito la colonna fu trasferita dall’altra parte della strada. L’altra colonna, invece, fu ritrovata sull’altra sponda dello stretto, in territorio arabo-saudita. Su di essa le scritte, in ebraico, erano ancora leggibili: ????? (Egitto); ??? (morirono); ???? (Shelomò); ???? (idumea); ???? (Par’ò); ??? (Moshè); ??? (acqua) e il Nome di Hashèm. La colonna rinvenuta sulla sponda saudita.Si presume che re Shelomò avesse eretto queste colonne quattrocento anni dopo il miracolo dell’Apertura del Mar Rosso. Il suo porto si trovava all’estremità settentrionale dello stretto, ossia il Golfo di Aqaba, che corrisponde all’odierna Eilat. Egli conosceva bene il punto in cui gli ebrei attraversarono il Mare, in quanto si trovava proprio in prossimità. Re Shelomò costruì una nave a ‘Etziyòn Ghèver, che si trovava presso Elòt, sulla costa del Mare dei Giunchi, in terra di Edòm (Melakhìm I, 9-26). Inoltre, è probabile che il seguente versetto tratto da Yesha’yà si riferisca alla colonna di cui sopra: In quel giorno verrà eretto un altare per Hashèm in terra d’Egitto e una stele (o colonna) presso il suo confine, per Hashèm, e sarà un segno e una testimonianza per il Dio delle Schiere in terra d’Egitto (19, 19). Le ruote dei carri Da quanto esposto, emerge che gli ebrei attraversarono il Mar Rosso partendo dalla spiaggia di Nuweiba e raggiungendo quella che si trovava di fronte, nell’attuale Arabia Saudita, che all’epoca, in base a tutte le mappe antiche, corrispondeva alla terra di Midyàn. I figli di Israel entrarono nel mare, all’asciutto, e l’acqua faceva loro da muro alla loro destra e alla loro sinistra. Gli egizi – tutti i cavalli di Par’ò, i suoi cocchi e i suoi cavalieri - [li] inseguirono andando loro dietro fin dentro il mare. E fu all’alba, che Hashèm scrutò l’accampamento egizio [per distruggerlo] con una colonna di fumo e una nube, scompigliando l’accampamento degli egizi. Staccò le ruote dei loro cocchi e lo trattò con durezza. Gli egizi dissero: «Fuggiamo da Israèl, poiché Hashèm combatte per loro contro gli egizi!» (Shemòt 14, 22-25). Nel 1978, un ricercatore di nome Ron Wyatt (uno dei più noti nel campo) si immerse nell’area in cui, in base a quanto esposto sopra avvenne l’Apertura del Mare, ossia nella parte meridionale della spiaggia di Nuweiba. Vi trovò dei resti di carri ormai ricoperti da uno spesso strato di corallo, che ne aveva consentito la preservazione nel corso dei millenni. Una delle ruote d'oro ritrovate da Ron Wyatt, rimaste quasi intatte in quanto i coralli si attaccano difficilmente a questo materiale. Sul fondo del mare furono poi ritrovate ruote a quattro, sei e otto raggi. Wyatt riuscì a portare in superficie il perno di un carro a cui erano attaccati otto raggi di ruota. Lo portò al Cairo a farlo esaminare dal professor Nassif Muhammad Hassan, direttore del reparto di ricerca sulle antichità. In seguito a un rapido esame, Hassan informò Wyatt del fatto che il reperto risaliva alla XVIII dinastia egizia, che corrisponde a quella che sottopose il popolo ebraico alla schiavitù. E’ interessante notare che furono ritrovati residui di carri d’oro sulla sponda egiziana del golfo, ossia a Nuweiba, il punto cioè in cui ebbe inizio l’attraversamento del mare. Questo genere di carri veniva utilizzato nelle cerimonie e apparteneva alle caste più alte della società dell’antico Egitto. Non erano adatti alle battaglie come gli altri, fatto che rende comprensibile il luogo in cui furono ritrovati: infatti, è logico che in capo all’esercito, ossia i primi ad entrare nel mare, fossero i soldati addestrati alla guerra, mentre i nobili e i principi si tenessero sulla retrovia e fossero, quindi, gli ultimi a entrare. Per questo motivo, quando il mare si chiuse dietro di loro, essi erano ancora vicini alla costa, ossia a Nuweiba. Wyatt inoltre ritrovò sul fondo marino ossa equine e umane. Uno dei reperti rilevati da Bill FreyNel dicembre del 1998 i ricercatori Bill Frey e Ron Wyatt, accompagnati da altre otto persone, si recarono a Nuweiba per un’ulteriore immersione nelle acque in cui in passato lo stesso Wyatt aveva trovato i reperti di cui sopra. Frey e un collega si immersero e ben presto trovarono il perno di un carro a una profondità di circa sessanta centimetri sotto il fondo marino, a cui era ancora attaccata una ruota a sei raggi; entrambi erano ricoperti di coralli. Per accertarsi che si trattasse effettivamente di residui di carri e non di semplici coralli, utilizzarono un rilevatore di metalli che emise segnali positivi in tutti i casi, provando che i coralli coprivano materiali di questo genere. Gli altri ricercatori rilevarono ulteriori ruote e persino telai di carri. Ciò che più li sorprese, tuttavia, fu il rilevamento di ossa umane, in parte sparpagliate qua e là e in parte raggruppate, racchiuse all’interno di coralli. A destra l'osso di un arto inferiore umano ricoperto di coralli, esaminato all'università di Stoccolma. Fu attribuito a un uomo dell'altezza di circa un metro e sessanta. A sinistra un altro osso dello stesso genere, a titolo comparativo.Un osso ritrovatoCostole umane Nel maggio del 2000 furono effettuate ulteriori immersioni da gruppi di ricerca guidati dal norvegese Mark Krassberg e da altri noti ricercatori, fra i quali l’australiano Ron Peterson, la svedese Vioka Fonten, i britannici Michael Redman e Aron San e il norvegese Thor Larsen. Fra loro si trovava anche il dott. Lanert Mullar, che disponeva di una sofisticata macchina fotografica subacquea, dotata di un telecomando. Egli si unì al gruppo, insieme ad altri ricercatori che disponevano di altri apparecchi molto sofisticati per la ricerca sottomarina. Una delle ruote ritrovate sul lato saudita del fondo (fotografia di Vioka Fonten)Con la loro imbarcazione, navigarono in direzione dell’Arabia Saudita (l’altra sponda del Mare dei Giunchi) e riuscirono a superare il segnale di “metà strada” (tra Nuweiba e l’Arabia Saudita); si immersero con l’Excalibur 1000, un apparecchio che consente di rilevare metalli che giacciono anche a grandissime profondità. Durante un’immersione a ventotto metri di profondità scoprirono dei reperti a forma circolare ricoperti di coralli, della stessa misura delle ruote di un carro. Il perno e i sei raggi della ruota erano chiaramente visibili. Con l’ausilio del rilevatore, furono ritrovati, inoltre, numerosi oggetti di metallo, anch’essi ricoperti dai coralli. Anche sulla sponda saudita, infine, trovarono dei resti di carri, fatto che confermò l’ipotesi secondo cui l’itinerario dell’attraversamento del mare partisse da Nuweiba e raggiungesse l’Arabia Saudita. Fonte: Khumash: Esodo – Shemòt, edizione gennaio 2010, Mamash (da pag. 819 a pag. 826). Data di pubblicazione: 10/06/2010 12:50:00 AM Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest Parole chiave: Approfondimento, Storia http://ideadiversa.blogspot.it/2010/10/lapertura-del-mar-rosso.html https://sites.google.com/site/ebreicredentiingesu/Home/l-apertura-del-mar-rosso-biblico-confermato-dalle-scoperte

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3 ottobre 2016
IL SIGNORE DEGLI ESERCITI NON VOLEVA OLOCAUSTI MA OBBEDIENZA DA GEREMIA
IL PROFETA GEREMIA °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° IL SIGNORE DEGLI ESERCITI NON VOLEVA OLOCAUSTI MA OBBEDIENZA °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Riflessione di Simone Oren, esperto nelle Sacre Scritture °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Vediamo che già nei Profeti della Vecchia Alleanza, ci sono i semi della Nuova Alleanza. Per mezzo del Profeta S.Germia, il Signore ci ha rivelato che non contano olocausti e sacrifici, riti esteriori, ma conta solo la fede vera che ti obbliga al timore e all’obbedienza verso il Signore. °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° GEREMIA-CAPITOLO 7,1-34 Geremia parla davanti al tempio 71– 3Il Signore ordinò a Geremia di andare al tempio per parlare al popolo di Giuda. Geremia si fermò alla porta d’ingresso, e a tutti quelli che entravano per partecipare alle cerimonie religiose diceva: “Ascoltate quel che vi dice il Signore dell’universo, Dio d’Israele! Cambiate la vostra condotta e il vostro modo di agire, e io vi lascerò abitare in questo luogo. 4Non fidatevi di quelli che continuano a dire: “Siamo al sicuro! Abbiamo il tempio del Signore, il tempio del Signore…”. Essi vi ingannano. 5“Piuttosto, migliorate davvero la vostra condotta e il vostro modo di agire. Ognuno agisca con giustizia verso il suo prossimo. 6Basta con lo sfruttamento dei forestieri, degli orfani e delle vedove! Basta con lo spargimento di sangue innocente in questa terra! Basta con il seguire divinità straniere! Vi portano solamente disgrazie! 7Se mi ascoltate, vi lascerò ancora abitare in questa terra che da tanto tempo ho dato ai vostri antenati e per sempre. 8“Non avete niente da guadagnare se continuate a fidarvi di chi vi inganna. 9Voi rubate, uccidete, commettete adulterio, giurate il falso, offrite sacrifici a Baal e seguite divinità straniere che prima non conoscevate. 10E ora venite qui, vi fermate davanti a me, in questo tempio consacrato a me, e dite: “Siamo al sicuro”. Poi tornate a compiere le stesse azioni vergognose. 11Avete forse preso questo mio tempio per un covo di briganti? Io, il Signore, so bene quel che avete fatto. 12Come primo luogo per farmi costruire un santuario, io avevo scelto Silo. Ora andate a vedere che cosa ne ho fatto, a causa dei peccati del mio popolo Israele. 13Voi avete commesso ogni sorta di male. Quando io vi ho parlato con insistenza, voi non mi avete risposto. 14Quel che ho fatto a Silo, lo farò anche a questo tempio consacrato a me, a questo luogo che vi dà tanta sicurezza perché lo avevo assegnato ai vostri antenati e a voi. 15Vi scaccerò lontano da me, come ho fatto con i vostri connazionali, i discendenti di Efraim”. Questo ha detto il Signore. La disubbidienza del popolo 16Il Signore disse: “Geremia, non pregare per questo popolo, non piangere e non supplicarmi in suo favore, non insistere con me, perché non ti ascolterò. 17Non vedi che cosa fanno nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme? 18I ragazzi raccolgono la legna, gli uomini accendono il fuoco, le donne impastano la farina per fare dolci in onore della dea Istar, regina del cielo, e offrono vino ad altri dèi. Tutto questo mi offende. 19Ma è proprio me che offendono? No, offendono se stessi e si coprono di vergogna. 20Perciò la mia grande collera si riversa su questo luogo, sugli uomini e sul bestiame, sugli alberi della campagna e sui frutti della terra. Il mio furore brucerà come fuoco che non si spegne”. Così ha detto Dio, il Signore. I rimproveri di Dio 21Così dice il Signore dell’universo, Dio d’Israele: “Mangiatevi pure tutta la carne dei vostri sacrifici, anche quella che siete soliti bruciare completamente in mio onore. 22Quando feci uscire i vostri antenati dall’Egitto, non parlai affatto di questi sacrifici, non diedi nessun ordine al riguardo. 23Una sola cosa ho comandato: “Ascoltate la mia voce! Così sarò il vostro Dio e voi il mio popolo. Osservate i miei comandamenti e tutto vi andrà bene”. 24Ma essi non ascoltarono, non prestarono attenzione. Si comportarono da testardi seguendo le loro inclinazioni perverse. Invece di avvicinarsi a me, mi hanno voltato le spalle. 25Da quando i vostri antenati uscirono dall’Egitto fino ad oggi, ho sempre continuato a mandarvi i miei servi, i profeti. 26Ma nessuno mi ha ascoltato, nessuno ha prestato attenzione. Anzi siete diventati ostinati e ribelli più dei vostri antenati. 27“Tu, Geremia, dirai loro tutte queste parole, ma essi non ti ascolteranno; li chiamerai ma non ti risponderanno. 28Sono un popolo che non ascolta la voce del Signore suo Dio e non accetta la correzione. La fedeltà è morta, e nemmeno se ne parla più”. L’idolatria nella valle di Ben-Innom 29Dice il Signore: “Tagliatevi i lunghi capelli, abitanti di Gerusalemme, e gettateli lontano. Intonate un canto funebre sulle vostre colline. Io ho abbandonato e rigettato il popolo perché ha meritato la mia collera. 30“Il popolo di Giuda ha commesso il male che io, il Signore, disapprovo. Hanno posto i loro idoli vergognosi nel tempio consacrato a me, e lo hanno profanato. 31Nella valle di Benlnnom hanno costruito un luogo sacro chiamato Tofet per bruciare i loro figli e le loro figlie in sacrificio. Io non ho mai comandato niente di simile, non l’ho mai pensato. 32Perciò io, il Signore, vi assicuro che verranno giorni nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Benlnnom, ma valle del Massacro. Là dovranno seppellire i morti, perché non ci sarà più posto altrove. 33I cadaveri di questo popolo saranno il pasto di uccelli rapaci e di bestie selvatiche. Non ci sarà nessuno per scacciarli. 34Nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme farò cessare i canti di gioia e di allegria, i canti dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto a un deserto”. Note Capitolo 7. 7,3 q e io… in questo luogo: così secondo il testo ebraico; due antiche traduzioni hanno invece: abiterò ancora tra voi; lo stesso vale per il v. 7. 7, 7 r terra che ho dato: vedi nota cfr. 3, 18. 7,12 s Silo: la città dove era conservata l’arca dell’alleanza al tempo del sacerdote Eli (vedi 1 Samuele 1,3). È stata distrutta dai Filistei verso il 1050 a.C. 7,15 t L’espressione discendenti di Efraim indica qui il regno d’Israele separatosi da quello di Giuda dopo la morte di Salomone (vedi 1 Re 12,16-21); vi scaccerò come: allusione alla deportazione delle tribù del nord (721 a.C.). 7,18 u Istar, detta anche Astarte; era venerata in Mesopotamia e identificata con il pianeta Venere. 7,21 v mangiatevi pure… in mio onore: Dio si disinteressa dei sacrifici rinunziando alla parte che, secondo la legge, gli spettava (vedi Levitico 3,16-17). 7, 23 z sarò il vostro Dio e voi il mio popolo: espressione frequente in Geremia (cfr. 11, 4; cfr. 24, 7; cfr. 30, 22; cfr. 31, 1.33; cfr. 32, 38) e nel linguaggio dei profeti (vedi Ezechiele 11, 20; vedi 14, 11; vedi 36, 28; vedi 37, 23.27; vedi Osea 2, 25; vedi Zaccaria 8, 8; vedi 13, 9). 7,29 a i lunghi capelli erano segno di consacrazione al Signore (vedi Numeri 6,5); dicendo di tagliarli si vuole affermare che Israele non è più un popolo consacrato a Dio. 7, 31 b Tofet: il senso di questa parola ebraica potrebbe essere quello di fornace (vedi 2 Re 23, 10); è però abbastanza sicuro che il Tofet era quel luogo della valle di Ben-Innom, comunemente chiamata Geenna, dove si bruciavano e si offrivano agli idoli sacrifici di vittime umane (cfr. 19, 5; cfr. 22, 3; cfr. 32, 35; vedi 2 Re 16, 3). °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° EBREI CON GESU' Bibbia CEI https://sites.google.com/site/ebreicredentiingesu/Home/il-signore-degli-eserciti-non-voleva-olocausti-ma-obbedienza-da-geremia

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SOCIETA'
1 dicembre 2010
Chanukkah viene celebrata dal 2 al 8 dicembre 2010
Chanukkah o Festa delle Luci ha luogo durante il mese ebraico di Kislev che cade generalmente a Dicembre.
Quest’anno la festa di Chanukkah viene celebrata dal 2 al 8 dicembre 2010
.
Il 1 dicembre, viene accesa la prima candela (candles lighting on Dicember 1).
 
Chanukkah: alle origini della festa PDF Stampa E-mail

La storia della ricorrenza di Chanukkah è raccontata nel I e II libro dei Maccabei, apocrifo della Bibbia. (…)

chanukkiahDurante il suo regno Alessandro il Macedone, Alessandro Magno, assoggetta prima la Grecia, poi le regioni appartenenti all’impero persiano; rivolge quindi la sua attenzione ai paesi mediterranei, e siccome da sempre la Giudea è una via di primaria importanza fra oriente e occidente sia per il commercio, sia per scopi militari, Alessandro la conquista senza peraltro trovare alcuna resistenza da parte della popolazione dal momento che fino ad allora era stata sotto il dominio persiano.
Le varie provincie dell’impero fondato da Alessandro, pur sottoposte al governo centrale, godono di una notevole autonomia. Il giovane imperatore, innamorato della cultura greca, si adopera a diffonderla presso tutti i popoli sottomessi. E’ lui, infatti, a dare inizio all’epoca che viene definita ellenistica, epoca di grande rinnovamento culturale e artistico, terminata con la conquista della Grecia da parte dell’impero romano.

La tradizione ebraica afferma che Alessandro rimase profondamente colpito anche dalla cultura dei savi di Israele coi quali ebbe frequenti contatti; su questo argomento il Midrash, che sempre su basi storiche, ci fornisce interessantissime testimonianze. Tuttavia numerosi ebrei si lasciarono influenzare dalla cultura greca, dall’ellenismo, giunto all’epoca al culmine del suo splendore.
La civiltà religiosa e sociale ebraica, fondata sulla Torah e sulla letteratura profetica che insegnano monoteismo e l’uguaglianza tra tutti gli uomini, è però radicata e diversa da quella greca che erge i suoi ideali sulla forza e sulla bellezza fisica, suoi valori artistici dell’idolatria. Questa distanza culturale impedisce che l’ellenismo penetri in profondità soprattutto tra la popolazione strettamente legata e fedele agli ideali ebraici.

Alla morte di Alessandro Magno (IV sec. A. Era Cristiana) il regno si smembra e sovrani dei vari stati divengono i diadochi.
Segue un periodo molto confuso di lotte, alla fine delle quali la maggior parte dell’impero di Alessandro viene diviso fra Egitto sotto il dominio dei Lagidi, e Siria, sotto quelli dei Seleucidi.
La Giudea rimane in un primo tempo sotto l’Egitto sul trono del quale si succedono tre re lagidi uno dei quali, Tolomeo II Filadelfo, commissiona la traduzione della Bibbia in greco: fatto di grande rilievo poiché da questo momento la Bibbia che, scritto in ebraico, era praticamente inaccessibile alle culture di lingua diversa, può essere letta e studiata anche dai non ebrei.
Tale lettura esercita una notevole influenza sulle classi più culturalmente preparate e sui filosofi già alla ricerca di una concezione religiosa e sociale diversa da quella dell’epoca: ed è così che tutta la civiltà successiva darà fortemente influenzata sia dalla cultura ellenistica, sia da quella ebraica.

Segue un periodo di lotte fra Lagidi e Seleucidi che si riflettono anche in Giudea con alternarsi di momenti più o meno tranquilli, e infine la Giudea passa sotto il dominio dei Seleucidi.
Antioco III, re di Siria, non esercita un potere troppo oppressivo, ma si arroga il diritto di destituire e nominare i sommi sacerdoti ebrei. Sotto Antioco IV si verificherà una scandalosa lotta di potere tra due personalità ebraiche, che avevano ellenizzato i loro nomi in Giasone e Menelao, lotta che coinvolge moralmente e materialmente tutta la popolazione ebraica.
Molti del popolo in Giudea simpatizzavano invece coi chassidim, gli ebrei ligi alle leggi della Torah, perché ritenevano che l’eccessiva influenza dell’ellenismo sulla cultura ebraica potesse portare all’annullamento della sua identità.

Diviene re Antioco IV che si trova a governare popoli di diverse e non omogenee culture: ritiene di poter ovviare a tale difficile situazione imponendo a tutti, compresi gli ebrei, una totale ellenizzazione che significava anche l’accettazione del culto idolatra.
La cultura ellenistica era penetrata senza difficoltà fra la popolazione ebraica affascinata dall’arte, dall’amore per l’estetica, dalla filosofia greca. I giovani si erano appassionati agli esercizi ginnici e frequentavano con entusiasmo il gymnasium, le palestre.
Ma nessuno dei predecessori di Antioco IV si era intromesso nel credo ideologico ebraico, salvaguardando, almeno agli occhi degli ebrei, la loro stessa libertà civile, sostanzialmente coincidente secondo la loro cultura con la libertà religiosa.

L’obbligo di accettare il culto dei greci che sottintendeva il riconoscimento di tutto il suo pittoresco e variopinto Olimpo, non aveva suscitato alcun risentimento presso i popoli idolatri abituati sempre ad aggiungere con la massima disinvoltura ai propri anche gli dèi dei conquistatori; nella Giudea, invece, questa imposizione suscitò una reazione violentissima soprattutto fra i chassidim, i fedeli, i pii, che, come già detto, avevano sempre guardato all’ellenismo con diffidenza, e inoltre non erano mai stati favorevoli alla dinastia dei Seleucidi che si era troppo immischiata nelle questioni religiose ebraiche.
Ma il potente Antioco IV, che si fa chiamare Epifane, “Dio che si manifesta”, ma che gli ebrei chiamano Epimane, “il pazzo”, non può permettere che un piccolo popolo quale quello degli ebrei resti apertamente fedele a un’ideologia monoteista in aperto contrasto con quella di Stato e completamente diversa da quella degli altri popoli del suo impero.
Di fronte al tenace rifiuto degli ebrei di accettare l’idolatria greca, assume un atteggiamento apertamente persecutorio che mira a colpire il cuore della fede ebraica: il 25 di Kislev fa erigere un altare a Giove sul monte del Tempio, proibisce lo studio della Torah, la pratica della circoncisione, l’osservanza del Sabato e delle feste. I rotoli della Torah vengono bruciati sulle pubbliche piazze. A Gerusalemme viene compiuta una strage fra la popolazione fedele all’ebraismo e costruita una fortezza, l’Acra, presidiata da truppe siriache.
Fra gli ebrei si verificano atti di eroismo: al vecchio Eleazar viene promessa salva la vita purché compia anche solo il gesto di mangiare carne di maiale per dare una dimostrazione al popolo. Eleazar rifiuta e viene ucciso.
Anna, madre di sette figli, li esorta a rifiutare l’imposizione di Antioco di inchinarsi agli idoli, e li invita a proclamare apertamente la loro fede in Dio: i suoi figli vengono torturati e uccisi davanti ai suoi occhi, precedendo di poco la sua stessa sorte.

Ma il popolo ebraico non si arrende: il precetto della circoncisione viene effettuato segretamente, le feste celebrate nell’intimità delle case, la Torah insegnata di nascosto.
Antioco non sopporto la resistenza passiva della popolazione e invia nei vari paesi suoi funzionari a edificare altari su cui far sacrificare agli dèi animali impuri, in particolare maiali, dagli stessi ebrei. Per compiere il sacrificio vengono scelte di proposito eminenti personalità del mondo ebraico. Se rifiutano vengono uccise. Antioco spera che vedendo i loro capi profanare apertamente e pubblicamente il proprio credo, anche la popolazione si arrenda alle imposizioni siriache; se questo tentativo fallisse confida tuttavia di fiaccare la volontà del popolo di fronte al martirio dei capi.
Alcuni funzionari siri giungono a Modi’in, piccola città dove si era rifugiato Mattatià della famiglia degli Asmonei, che era stato il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote.
Anche lì viene edificato un altare e viene imposto a Mattatià di compiere il sacrificio.
Mattatià uccide il funzionare, poi distrugge l’altare.
E’ l’inizio della rivolta.
Mattatià e i suoi cinque figli, Jochanan, Simeone, Giuda, Gionata e Eleazaro, abbandonano Modi’in e si rifugiano sugli impervi monti della Giudea.
La notizia di questo atto di coraggio si diffonde. Una nuova speranza accende gli animi. Intorno a Mattatià e ai suoi figli si riuniscono tutti coloro che, intolleranti dell’oppressione siriaca, scelgono la strada della ribellione per mantenere la propria libertà. Sui monti della Giudea si formano centri di raccolta e rifugi in cui vivere, e organizzare azioni contro i siri.
Giuda, uno dei figli di Mattatià, prende il commando dei ribelli.
Si verifica così la prima guerra partigiana della storia: una guerriglia che non dà tregua alle truppe sire impedendo loro i movimenti tra una città e l’altra, cogliendo di sorpresa e disarmando i drappelli in transito, e mettendo in seria difficoltà tutta la bene organizzata e potente macchina bellica sira.
Gli ebrei combattono all’insegna dell’improvvisazione, ma hanno un’ottima conoscenza del territorio e dei monti, e soprattutto fede e un ideale da difendere.
Per questa tattica di continuo martellamento sul nemico Giuda merita il titolo di Maccabi, da maccab, “martello”, appellativo con cui in seguito vengono designati anche tutti i suoi fratelli conosciuti infatti come i fratelli maccabei.

La guerriglia si trasforma in una vera e propria guerra: l’entusiasmo di Giuda e dei suoi soldati ha spesso la meglio sul potente esercito nemico. Gli attacchi compiuti dagli ebrei sono preceduti da discorsi di Giuda , da preghiere e da digiuni.
Antioco manda nuovi generali e nuovi soldati in Giudea, ma si trova in una difficile situazione politica. Inoltre si sta affacciando sul Mediterraneo una nuova, pericolosa potenza: Roma, che sta combattendole guerre puniche per il predominio del Mediterraneo.
Le vittorie conseguite mettono Giuda in condizione di attaccare Gerusalemme. La fortezza sira, l’Acra, cade; il Tempio viene liberato, ma è necessario riconsacrarlo con l’accensione del Ner Tamid, un lume che non doveva mai, per nessuna ragione, essere spento in quanto testimonianza della vigile presenza e della fede del popolo in Dio.

Ma i siri avevano imperversato nel Tempio rubando e distruggendo tutto ciò che vi era contenuto, perfino l’olio consacrato necessario per riaccendere il lume: in tutto il Tempio viene ritrovata una minuscola ampollina ancora sigillata, ma il suo contenuto potrà garantire luce solo poche ore e per prepararne dell’altro occorrono per lo meno otto giorni!
Nasce una discussione fra i Sacerdoti: bisogna rinviare la consacrazione di otto giorni, o riconsacrare subito il Tempio pur sapendo che l’olio non basterà il tempo necessario a prepararne della’altro e che quindi a un certo punto si spegnerà?
La fede ha il sopravento, il lume viene acceso e il Tempio riconsacrato.
E, racconta il Midrash, accade il miracolo: il poco olio dura otto giorni, e il Ner tamid non si spegne.

libro di preghiere e chanukkiahNel trattato Shabbath della Mishnah leggiamo:
Che cosa significa Chanukkah? Quando i greci entrarono nel Tempio profanarono tutto l’olio che vi si trovava, ma quando i re della casa degli Asmonei li sopraffecero e furono vittoriosi, cercarono nel Tempio e trovarono soltanto un’ampollina d’olio con il sigillo del sommo sacerdote che conteneva olio appena sufficiente per un giorno: e accadde un miracolo e durò per otto giorni.

Fu così istituita la festa di Chanukkah, “inaugurazione” e quindi “riconsacrazione”, e i Maestri ritennero giusto che durasse otto giorni, anche in analogia con la ricorrenza di Sukkoth, la più lunga delle ricorrenze sacre stabilite della Torah (cf Lv 23).
Durante questi otto giorni in ogni casa ebraica vengono accese le luci, per perpetuare il ricordo del miracolo dell’olio e celebrare la vittoria della fede.
E’ significativo che le luci siano accese vicino alla finestra perché i passanti le vedano, gioiscano e ne traggano un monito: non solo la vita del prossimo è sacra, ma anche i suoi ideali.

Fonte: Le pietre del tempo di Clara ed Elia Kopciowski

 
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: gli aspetti storici PDF Stampa E-mail
 
La prima versione della storia di Chanukkah può essere trovata nel primo e secondo libro dei Maccabei; questi due libri non fanno parte della Torah, appartengono alla letteratura apocrifa. Da notare che Chanukkah è l’unica festività che non ha fondamenti nella Torah.
In questi due libri, non viene menzionato né la fiala di olio né il miracolo. La festa di Chanukkah dura otto giorni con un’analogia alla festività di Sukkoth. Questo perché i Maccabei non riuscirono a festeggiare Sukkoth perché erano rifugiati nelle montagne. Un’altra ragione è che per consacrare un santuario ci vogliono sette giorni di purificazione, permettendo così una consacrazione l’ottavo giorno. E’ anche legato al fatto che la circoncisione dei bambini maschi si esegue l’ottavo giorno di vita.
Chanukkah viene anche menzionato da Josephus (storico ebreo del primo secolo dopo l’EC). Anche lì, non si parla del miracolo ma la festa viene chiamata “Luce”.
Chanukkah non è neanche menzionato nella Mishnah mentre uno si aspetterebbe di trovare scritte le regole di come si accendono le candele. Chanukkah viene finalmente menzionato nella Gemarra (Shabbat 21b) come la domanda “Che cosa è Chanukkah?” La risposta data parla allora del miracolo dell’olio.
Hannukah fu primo celebrato come ricordo della vittoria dei Maccabei sui Greci. Poi fu celebrato come ri-consacrazione del Tempio (Chanukkah vuole anche dire Consacrazione). Infine fu celebrato per il miracolo dell’olio.
Con il passare del tempo, l’importanza della vittoria dei Maccabei diminuì e per essere sicuri che Chanukkah non sarebbe stato dimenticato, l’enfasi fu messo sul suo senso spirituale e il simbolo della Menorah. Durante il Medioevo, il perché di Chanukkah rimase sul miracolo dell’olio anche se la storia della vittoria deiMaccabei fu ben conosciuta. Questa storia è infatti raccontata nella Meghillat Antiochus insistendo sul martirio degli ebrei (numerosi ebrei preferirono morire che mangiare maiale o inclinarsi davanti ad un idolo). Più avanti ed anche oggi giorno, la festa di Chanukkah è stata influenzata dalla prossimità temporale della festa di Natale ed è consuetudine dare denaro o regali.
E’ da notare che non è la vittoria di Judah Maccabeo e la riconsacrazione del Tempio che portarono indipendenza alla città di Gerusalemme. (la Giudea rimase ancora sotto dominanza siriana). Oltre questo fatto, Chanukkah vuole ricordare la vittoria del debole sul forte.

(Fonte: sintesi dal libro "The Jewish Festival” di Michael Strassfeld)

 
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: l'ottavo giorno PDF Stampa E-mail

L’ottavo giorno di Channukah ha un significato particolare come momento culmine della festività.
Il numero 7 rappresenta la settimana, lo Shabbat, gli anni sabbatici, l’omer (7X7).
Il numero 8 che è uguale a 7 +1, è un giorno dopo che le cose furono completate. 8 è quindi oltre il tempo, è l’eternità. L’ottavo giorno è l’essenza di Chanukkah e il ricordo della Luce che è per sempre presente nel mondo.

 

(Fonte: sintesi dal libro "The Jewish Festival” di Michael Strassfeld)

 

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CULTURA
18 settembre 2010
Il calendario delle festività ebraiche 5771 (2010-2011)
Il calendario delle festività ebraiche 5771 (2010-2011) PDF Stampa E-mail

ROSH HA SHANA’ (9 e 10 settembre 2010; vigilia 8 settembre)
DIGIUNO DI GHEDALIA’ (12 settembre 2010)
YOM KIPPUR (18 settembre 2010, vigilia 17 settembre)

SUCCOT (dal 23 al 30 settembre 2010)
OSHAANA RABBA' (29 settembre 2010)

SHEMINI’ ATZERET (30 settembre 2010)
SIMCHAT TORA’ (1 ottobre 2010)
CHANNUCCA’ (dal 2 al 8 dicembre 2010)
DIGIUNO DEL 10 DI TEVETH (17 dicembre 2020)

ROSH HASHANA’ LAILANOT (TU BISHVAT) (20 gennaio 2011)
DIGIUNO DI ESTER (17 marzo 2011)
PURIM (20 marzo 2011)
DIGIUNO DEI PRIMOGENITI (18 aprile 2011)
PESACH (dal 19 al 26 aprile 2010)
YOM HA SHOAH (2 maggio 2011)

YOM HA ZIKARON (9 maggio 2011)
YOM HA ATZMAUT (10 maggio 2011)
LAG BAOMER (22 maggio 2011)
YOM YERUSHALAIM (1 giugno 2011)
SHAVUOTH (8-9 giugno 2011)
DIGIUNO DEL 17 TAMUZ (19 luglio 2011)
TISH’ A’ BE AV (9 agosto 2011, vigilia 8 agosto)
ROSH CHODESH ELUL (30-31 agosto 2011)

 

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CULTURA
18 settembre 2010
Festività di Succot 5771 (23 - 30 settembre 2010)
Festività di Succot 5771 (23 - 30 settembre 2010) PDF Stampa E-mail


Auguri di Succot 5771

Cena di Succot (22 settembre 2010)
Succot dinner (September 22, 2010)

Tikkun per Hosha'anah Rabbah (28 septembre 2010)
Hosha'anah Rabbah Tikkun (September 28, 2010)

Orario officiature 5771 e letture Torah (services time and Torah readings)
Acquisto Lulav per Succot

La festa di Sukkoth (festa delle capanne) cade il 15 di
Tishrì
, fra settembre e ottobre, proprio all’inizio dell’autunno.
Quest’anno 2009 (5770), la festività di Succot verrà celebrata dal 3 al 10 ottobre 2009 (vigilia il 2). Hosha'anah Rabbah cadde il 9 ottobre (vigilia l'8) e Shemini Atzeret il 10 ottobre (vigilia il 9).

In ricordo delle abitazioni instabili e precarie in cui il popolo (ebraico) dimorò nel deserto per quarant’anni, gli ebrei a Sukkoth costruiscono delle capanne seguendo disposizioni ben precise e dettagliate, fra cui quella significativa di ricoprire il tetto di fronde e di foglie per lasciarne una parte scoperta affinché vi si possa scorgere il cielo: un monito perché tengano sempre presente, ovunque le vicissitudini della vita li conducano, di lasciare simbolicamente anche nelle loro abitazioni usuali uno spazio da cui entri la luce di Dio.

Alle origini della festa
 
Sukkoth è la terza delle feste di pellegrinaggio. Alle feste di pellegrinaggio, oltre al significato religioso, si attribuisce anche un significato storico e agricolo. Esse sono legate tra di loro dal filo storico dell’uscita dall’Egitto e della permanenza nel deserto.
La festa di
Pesach, cioè il momento dell’uscita dalla schiavitù, riveste indubbiamente una particolare importanza. Ma la gioia era oscurata sia dal peso delle vittime egiziane, sia dall’incognita di un futuro che prevedeva un lungo viaggio e una dura lotta per raggiungere e poter dimorare liberi e sovrani nella terra da Dio promessa. La consegna della Torah a Shavuoth aveva certamente lasciato gli animi del popolo turbati e intimoriti. Essa infatti impegnava all’osservanza non solo di leggi, ma anche di comportamenti totalmente nuovi e assai difficili, soprattutto se raffrontati a quelli di uso presso tutti gli altri popoli dell’epoca. (...)
Sukkoth era la festa di pellegrinaggio che in un certo senso simboleggiava la fine della sofferenza, l’acquisita comprensione e accettazione della Torah, la fine del lungo, faticoso, a volte doloroso pellegrinare nelle impervie vie del deserto, e il raggiungimento della Terra in cui finalmente il pensiero, a lungo maturato, si sarebbe trasformato in azione lieta e consapevole.
(...) Si viveva in terra di Israele l’anno agricolo. Gli ebrei erano infatti una popolazione prevalentemente agricola. A Pesach iniziava la mietitura dell’orzo, ma quella del grano era ancora lontana. A Shavuoth si iniziava la mietitura del grano e si raccoglievano le primizie, ma prima che giungesse il momento della vendemmia doveva trascorrere il lungo e spesso difficile periodo estivo.
(...) Sukkoth, hag ha-asif, festa del raccolto, dell’ultimo raccolto, quello autunnale, era quindi un momento di grande, totale gioia: con i magazzini ricolmi del raccolto appena terminato, si lasciavano alle spalle le preoccupazioni e ci si preparava ad attendere con serenità e letizia il lungo periodo di riposo fino all’arrivo della nuova stagione della semina.
 
La celebrazione
 
Come si costruisce una sukkah
La sukkah deve essere abbastanza ampia perché ci si possa vivere comodamente, ma non deve assumere l’aspetto di un’abitazione permanente.
All’interno l’ombra deve essere maggiore della luce. Un’attenzione primaria è riservata alla copertura della capanna da cui si deve intraveder il cielo.
Le pareti possono essere costituite da tende di stoffa. Le capanne devono essere gradevoli alla vista, quindi guarnite di ghirlande e di ornamenti. Molti tuttora appendono alle pareti e al soffitto rami d’olivo carichi dei loro frutti e di cedri, ghirlande di fichi e di melograni, e grappoli d’uva.
Sia alle pareti sia sul pavimento, vengono messi drappi, tappeti e lumi per rendere le capanne accoglienti come una casa.
Durante i giorni di Sukkoth ogni ebreo deve fare della capanna la sua abitazione principale, considerando la propria casa un’abitazione temporanea. Tuttavia se piove e l’acqua ce entra dalle aperture lasciate sul tetto, rischia di rovinare il cibo, si può consumar il pasto in casa.
 
Il lulav
E’ scritto nella Torah: “prenderete per voi nel primo giorno, un frutto di bell’aspetto, un ramo di palma, rami di mirto e di salice, e vi rallegrate davanti il Signore vostro Dio per sette giorni”. (Lv 23, 49). In base a quest’ordine per Sukkoth si prepara, il lulav, composto da un ramo di palma, tre di mirto, due di salice e, a parte, un frutto di cedro senza difetti. E’ uso dopo la benedizione in sinagoga, agitarlo in quattro direzioni: nord, sud, est e ovest, perché la benedizione di Dio raggiunga tutto il mondo.
 
Hosha'anah Rabbah
Il settimo giorno di Sukkoth (20 ottobre) è denominato Hosha’anah Rabbah: la grande richiesta di salvezza. E’ una giornata in cui ci si rivolge con particolare fervore alla clemenza del Signore.
(...) Questo giorno viene infatti considerato come quello in cui il Signore pone il suggello definitivo al giudizio iniziato a Rosh ha-shanah e che secondo, lo Zohar, testo fondamentale dell’interpretazione della Qabbalah, non si conclude definitivamente con il Kippur ma, in una specie di ultimo appello, nel giorno di Hosha’anah Rabbah.
Come per Kippur, si recitano le selichoth (suppliche), per implorare il perdono divino. Si compie inoltre una cerimonia connessa alla libazione dell’acqua: con in mano dei rami di salice e il lulav, si gira sette volte intorno all’altare cantando Hosha’anah (“oh salvaci!).

Shemini ‘atzereth
Nel brano del Levitico (23, 36) in cui è data la disposizione di festeggiare Sukkoth, appare una contradizione: prima la durata della festa viene fissata in sette giorni, poi si parla di un “ottavo giorno di radunanza” (Shemini ‘atzereth).
I Maestri ne hanno dedotto un interessante insegnamento. Durante i sette giorni di Sukkoth si pregava per ottenere la pioggia e un raccolto prospero. (...) Ed ecco che l’ottavo giorno il Signore si rivolge al popolo come un padre ai propri figli, e quasi lo prega: “Per sette giorni vi siete preoccupati del bene della vostra terra, e del bene dei vostri fratelli delle altre nazioni. Ebbene: rimanete ancora un giorno e dedicatelo completamente a me!”.

 

Fonte: "Le pietre del tempo" di Clara ed Elia Kopciowski

 

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CULTURA
18 settembre 2010
Festività di Yom Kippur 5771 (18 settembre 2010)
Festività di Yom Kippur 5771 (18 settembre 2010) PDF Stampa E-mail

 

Quest'anno 2010, Yom Kippur cadde il 18 settembre 2010 (la festività comincia la vigilia: il 17 settembre).

Commemorazione defunti 5771
Orario officiature 5771 e letture torah
(services time and Torah readings)
Riflessioni per Neila
La scala per raggiungere la perfezione divina

Yom Kippur è la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell' espiazione. Nella
Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, "Giorno degli espìanti"). È uno dei cosiddetti Yamim Noraim (Ebraico, letteralmente "Giorni terribili", più propriamente "Giorni di timore reverenziale"). Gli Yamim Noraim vanno da Rosh haShana a Yom Kippur, che sono rispettivamente i primi due giorni e l'ultimo giorno dei Dieci Giorni del Pentimento.
Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di
Tishri
(che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva. Può quindi durare 25-26 ore.

Origine biblica
Il rito dello Yom Kippur viene descritto quattro volte nel sedicesimo capitolo del Levitico (vedi Esodo 30;10, Levitico 23;27-31 e 25;9, Numeri 29:7-11). All'epoca del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme venivano offerti i sacrifici descritti nella
Torah
e nella Mishnah.

Nel pensiero ebraico
Yom Kippur è il giorno ebraico della penitenza, viene considerato come il giorno ebraico più santo e solenne dell'anno. Il tema centrale è l'espiazione dei peccati e la riconciliazione. È proibito mangiare, bere, lavarsi, truccarsi, indossare scarpe di pelle ed avere rapporti sessuali. Il digiuno - astinenza totale da cibo e bevande - inizia qualche attimo prima del tramonto (chiamata tosefet Yom Kippur - aggiunta a Yom Kippur - l'aggiunta di una piccola parte del giorno precedente al digiuno è prescritta dalla Halakha), e termina dopo il tramonto successivo, all'apparire delle prime stelle. Le persone malate consultano in anticipo un'autorità rabbinica competente per verificare se il loro stato le esenti dal digiuno.
Il servizio ha inizio con la preghiera di Kol Nidre (testo, preghiera cantata) che deve essere recitata prima del tramonto. Kol Nidre (parola aramaica che significa "tutte le promesse") rappresenta l'annullamento di tutti i voti pronunciati nel corso dell'anno. Secondo The Jewish Encyclopedia, il testo della preghiera recita: "Tutti i voti, gli impegni, i giuramenti e gli anatemi che siano chiamati 'konam', 'konas', o con qualsiasi altro nome, che potremmo aver pronunziato o per i quali potremmo esserci impegnati siano cancellati, da questo giorno di pentimento sino al prossimo (la cui venuta è attesa con gioia), noi ci pentiremo".
Yom Kippur completa il periodo di penitenza di dieci giorni iniziato con il capodanno di Rosh haShana. Sebbene le preghiere con le quali si chiede perdono siano consigliate durante l'intero anno, diventano particolarmente sentite in questo giorno.
La preghiera mattutina viene preceduta da alcune litanie e richieste di perdono chiamate selihot; nel giorno di Kippur queste vengono aggiunte in abbondanza nella liturgia.

In accordo con Mosè Maimonide "Tutto dipende da quanto un uomo meriti che vengano cancellati i demeriti che pesano su suo conto", quindi è auspicabile di moltiplicare le nostre buone azioni prima del conteggio finale fatto il Giorno del Pentimento (ib. iii. 4). Coloro che Dio considera meritevoli entreranno nel Libro della Vita, la preghiera recita: "Entriamo nel Libro della Vita". Recita anche l'auspicio "Possa tu essere iscritto (nel Libro della Vita) per un gioioso anno". Nella corrispondenza scritta tra capodanno e il Giorno del Pentimento, colui che scrive conclude, abitualmente, augurando al mittente che Dio approvi il suo desiderio di felicità. Nel tardo ebraismo alcune peculiarità proprie del giorno di capodanno furono trasferite al Giorno del Pentimento.
Il Giorno del Pentimento sopravisse all'abbandono delle pratiche sacrificali dell'anno 70 CE. "Nonostante nessun sacrificio verrà offerto, il giorno manterrà il suo proprio effetto di espiazione" (Midrash Sifra, Emor, xiv.). I testi ebraici insegnano che in questo giorno non è permesso che venga compiuta altra attività che non sia il pentimento. Il pentimento è l'indispensabile condizione per tutti i vari significati dell'espiazione. La confessione del penitente è una condizione richiesta per l'espiazione. "Il Giorno del Pentimento assolve dalle colpe di fronte a Dio, ma non di fronte alla persona offesa fin quando non si ottiene il perdono esplicito dalla stessa" (Talmud Yoma viii. 9). È usanza di terminare ogni disputa o litigio alla veglia del giorno di digiuno. Anche le anime dei morti sono incluse nella comunità dei perdonabili del Giorno del Pentimento. È un costume per i bambini che abbiano perso i genitori di ricevere una menzione pubblica in sinagoga, e di offrire doni caritatevoli alle loro anime.

Contrariamente al credo popolare, Yom Kippur non è un giorno triste. Gli ebrei Sefarditi, ovvero gli ebrei di origine spagnola, portoghese o nordafricana chiamano questa festività il "Digiuno Bianco". Di conseguenza, molti ebrei hanno l'usanza di indossare solo vestiti bianchi, per simbolizzare il candore delle loro anime.

La liturgia
Per le preghiere della sera viene indossato un
Talled (uno scialle di preghiera rettangolare), e questo è l'unico servizio serale dell'anno in cui questo succede. Ne'ilah è un servizio speciale che si tiene solo a Yom Kippur, e lo chiude. Yom Kippur termina con il suono dello shofar, che conclude la celebrazione. Viene sempre osservato un giorno di vacanza, sia dentro che fuori i confini della terra di Israele.
Il servizio nella sinagoga comincia alla sera della vigilia con il Kol Nidre. Le devozioni durante il giorno sono continue dalla mattina alla sera. Molta importanza è data al brano liturgico in cui si narra il cerimoniale del tempio.
Secondo il Talmud, Dio apre tre libri il primo giorno dell'anno, Rosh Hashana; uno per i cattivi assoluti, un altro per i buoni assoluti, e il terzo per la grande classe intermedia. Il fato dei buoni e cattivi assoluti viene determinato in quel momento; il destino della classe intermedia resta sospeso fino al giorno di Yom Kippur, quando il fato di ognuno si decide. Il brano liturgico Unetanneh Tokef afferma:

"D-o Re, che siedi su un trono di misericordia per giudicare il mondo, allo stesso momento Giudice, Difensore, Esperto e Testimone, apri il Libro delle Firme. Si legge che dovrebbero esserci le firme di ogni uomo. La grande tromba viene suonata; si sente una voce piccola e decisa; gli angeli fremono, dicendo "Questo è il giorno del Giudizio": perché gli stessi ministri di Dio non sono puri dinnanzi a Lui. Come un pastore dirige il suo gregge, facendolo passare sotto il proprio bastone, così Dio fa passare ogni vivente di fronte a Lui, per stabilire i limiti della vita di ogni creatura e per definirne il destino. Nel giorno di capodanno il decreto è stilato; nel giorno del pentimento è sigillato; chi vivrà e chi morirà... Ma il pentimento, la preghiera e la carità possono evitare il crudele decreto."

La "Corona di Maestà" di Ibn Gvirol è aggiunta alla liturgia Sefardita nel servizio serale, ed è anche letta in alcune sinagoghe Askenazite ed Italiane. Al centro della liturgia antica è la confessione dei peccati. "Perché non siamo tanto presuntuosi da dirTi che siamo giusti e non abbiamo peccato; ma, nella realtà, abbiamo peccato... sia la Tua volontà che io non pecchi ulteriormente; Ti piaccia lavare i miei peccati trascorsi, secondo la Tua bontà, ma non con punizioni severe".
Le melodie tradizionali con i loro toni di lamento (della tradizione Askenazita) danno espressione sia all'angoscia individuale a fronte dell'incertezza del destino e al lamento di un popolo per le glorie perdute. Nel giorno di espiazione l'ebreo osservante dimentica la mondanità e le sue necessità e, escludendo l'odio, l'antipatia e tutti i pensieri ignobili, cerca di occuparsi unicamente di cose spirituali. I libri ebraici di preghiera fanno notare che, se gli atti di pubblica contrizione sono obbligatori, il correttivo più efficace è quello stabilito dai Profeti biblici, che insegnano che il vero digiuno di cui D-o gioisce è lo spirito di devozione, gentilezza e penitenza.
Il carattere austero impresso alla cerimonia dal tempo della sua istituzione è stato conservato fino ad oggi. Anche se altre cose sono divenute desuete, la presa sulla coscienza di ogni ebreo è così forte che pochi, a meno che non abbiano reciso ogni legame con l'ebraismo, evitano di osservare il giorno di espiazione astenedosi dal lavoro quotidiano e partecipando alle funzioni.
 

Fonte: wikipedia
 

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CULTURA
18 settembre 2010
Festività di Rosh ha-shanah 5771 (9-10 settembre 2010)
Festività di Rosh ha-shanah 5771 (9-10 settembre 2010)
 
 
Rosh ha-shanah è la festività che celebra il capodanno ebraico. E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”.
La ricorrenza non è legata ad alcun fatto storico relativo al popolo d’Israele, ma vuol ricordare la creazione del mondo; è, in altre parole, il giorno del “compleanno” della Terra. Una data quindi di importanza universale in quanto, riallacciandosi al giorno in cui furono creati il primo uomo e la prima donna, mette in luce che l’intera umanità, discendente tutta dalla prima coppia, gode di pari diritti e dignità in quanto ogni uomo è figlio di Dio.
Nella Torah, non è usato il termine Rosh ha-shanah, bensì quello di Yom teru’ah, “giorno del suono” (dello shofar): nella sinagoga, infatti, il giorno di Rosh ha-shanah lo shofar viene ripetutamente suonato perché, secondo una tradizione, l’ultimo giorno della creazione Dio manifestò la sua gioia e la sua vicinanza all’uomo creato “a immagine divina”, proprio con il suono dello shofar.
In questa prospettiva, il giorno di Capodanno e il periodo immediatamente seguente (periodo, in cui, secondo l’ebraismo, Dio giudica ogni singolo individuo a qualunque popolo appartenga) diviene avvenimento che coinvolge i membri dell’intera umanità.
Ma è anche un giorno che riguarda personalmente ogni individuo perché ognuno di noi ha una personalità a sé stante, con i propri problemi personali, familiari, di lavoro e di salute: problemi che lo spingono a levare gli occhi verso Dio per chiedergli aiuto e conforto, per trovare in lui la forza di continuare, di migliorare, di scegliere la giusta strada.
Il suono dello shofar che echeggia in questo mondo così tecnologicamente avanzato, ma in cui purtroppo l’odio e l’aggressività sono tutt’altro che scomparsi, in cui gli Stati continuano a intraprendere guerre, e ognuno cerca il proprio profitto chiudendosi in piccoli egoismi, ha espressamente lo scopo di richiamare l’attenzione di ognuno di noi su alcune domande fondamentali: “Chi sei? Perché? Che cosa stai facendo della tua vita?”.
Per questa ragione il Capodanno ebraico è avvolto da un’atmosfera di santità, di gioia serena, di rinnovamento e di rafforzamento dei legami che uniscono gli uomini a Dio.
E’ il giorno in cui l’uomo comincia a fare un esame di coscienza per giudicare se stesso, il proprio comportamento durante l’anno trascorso, gli errori commessi, le tentazioni alle quali non ha resistito. E in base a tale giudizio, prende l’impegno di cambiare, di rafforzare le giuste decisioni, di eliminare gli errori per quanto gli sarà possibile. L’errore è infatti una componente umana; le difficoltà che la vita ci prospetta ogni giorno, ci pongono dinanzi a continue scelte, a inevitabili dubbi, a insistenti tentazioni: la santità perfetta è qualità che solo Dio possiede. Ma l’uomo è perfettibile: ed è questo che si propone ogni ebreo nel solenne giorno in cui ha iniziato un nuovo anno, in cui ogni essere umano può compiere una svolta decisiva ed iniziare un nuovo percorso. Senza eccedere né nell’auto-compassione, né nell’autocondanna che raramente raggiungono risultati positivi, ognuno può imporre a se stesso, con la propria forza di volontà, di uscire dal tunnel oscuro del peccato, nella sicurezza che Dio misericordioso è sempre pronto a tendere una mano agli uomini disposti ad affrontare, animati da nuova speranza e da trepida gioia, il prossimo futuro: perché “le porte del perdono sono sempre aperte” e “dal cielo porgono una mano a chi viene a purificarsi”.
Ma, come si diceva, il giorno di Rosh ha-shanah è il giorno in cui anche Dio prende in esame e giudica il comportamento di ogni uomo, le sue opere, i suoi pensieri, i suoi rapporti con il prossimo, il suo pentimento, per decidere del suo destino nell’anno a venire: decisione che assumerà il suo carattere definitivo il giorno di Kippur, sulla base del pentimento dimostrato e dell’impegno assunto durante i giorni penitenziali.
Ma non per paura del castigo, bensì per amore verso Dio, verso la sua opera, verso le sue creature, ci si può avvicinare all’ideale propugnato dall’ebraismo sin dalle sue premesse: riportare sulla terra l’era della pace, meritando così il ritorno alla perfetta pace del Gan Eden!
Rosh ha-shanah è anche la festa della speranza. (1)
 

Lo shofar
 
Si tratta di un corno d’animale (normalmente di capro, a memoria dell’animale sacrificato da Abramo al posto di Isacco) adibito a strumento musicale, che ha la sua parte in molti momenti di riti, soprattutto a Rosh ha-shanah e a Kippur. (2)
Il suono dello shofar è un suono ricorrente in tutta la storia ebraica e rappresenta la speranza e la fiducia.
Al suono dello shofar, che echeggiava solennemente sul monte Sinai, furono consegnati a Mosè il Decalogo e la Torah.
Quando Mosè salì la seconda volta sul monte Sinai per ricevere nuovamente le tavole che aveva spezzato alla vista del vitello d’oro, diede ordine che ogni giorno venisse suonato lo shofar perché il suo suono ammonitore impedisse al popolo di lasciarsi nuovamente fuorviare dal culto pagano.
Lo shofar viene oggi suonato nella sinagoga in tre modi diversi: teru’ah (suono
staccato e martellante), shevarim (tre brevi emissioni di suoni), teqi’ah (un lungo suono ininterrotto).
L’anno del Giubileo aveva inizio nel giorno di Kippur, al termine dei dieci giorni penitenziali ed era annunciato con il suono dello shofar. Era l’anno in cui agli “schiavi” veniva restituita la libertà e in cui le terre che, per un qualsiasi motivo, fossero state vendute durante gli anni precedenti, ritornavano agli antichi proprietari: saggia legge sociale che impediva l’eccessivo arricchimento da una parte, la condanna dell’eterna misera dall’altra.
Al suono dello shofar il Signore annuncerà la completa redenzione del suo popolo: “in quel giorno verrà suonato un grande shofar e coloro che erano dispersi nel paese di Assiria, e quelli che erano dispersi nel paese d’Egitto, verranno e si prosterneranno sul monte santo, a Gerusalemme” (Is 27, 13).
E’ in base a questa profezia che nella amidah, preghiera che recita tre volte al giorno, si chiede a Dio: “Suona il tuo grande shofar per annunciare la nostra liberazione, e riuniscici dai quattro angoli della terra nella nostra terra”.
Secondo alcune tradizioni lo shofar rappresenta inoltre la fiducia nella risurrezione dei morti che sarà anch’essa accompagnata dal suono di questo strumento.
E infine anche la redenzione dell’intera umanità, l’Era messianica, secondo la tradizione ebraica sarà annunciata dal suono dello Shofar (cf Is. 18, 3). (1)
 

Usi e tradizioni
 

Tashlikh: “Tu getterai”
Nel pomeriggio di Rosh ha-shanah è uso recarsi presso un fiume o al mare, o comunque in un luogo ove ci sia dell’acqua corrente, per gettarvi simbolicamente qualcosa di vecchio, recitando i versi del profeta Michea: “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19).
Tale cerimonia si chiama Tashlikh.
Ovviamente, come tutti gli usi entrati nella tradizione di ogni popolo, tale cerimonia non deve essere considerata una specie di superstiziosa liberazione da ogni peccato, ma deve essere interpretata nel suo significato simbolico di impegno personale a rigettare ogni cattivo comportamento.
 

A tavola: il seder di Rosh ha-shanah
La sera di Rosh ha-shanah la tavola ha un aspetto particolarmente festoso e colorato.
Dopo la consacrazione della solenne ricorrenza con il Kiddush, la challah, il pane preparato appositamente per la festa, oltre che nel sale viene intinta nel miele perché “ci conceda il Signore un anno dolce e piacevole”. Inoltre la sua forma non è allungata, ma rotonda, perché l’anno sia privo di spigoli.
Si prepara poi una fruttiera piena di mele e di melograni: le mele vengono intinte nel miele e mangiate dopo il pane, quasi da raddoppiare l’augurio di un anno dolce. In quanto ai melograni, essi non solo rappresentano una primizia di stagione (e ciò è di buon auspicio per l’anno nuovo e permette di aggiungere alla benedizione di ringraziamento a Dio quella delle primizie), ma vengono divisi tra i commensali, i quali si augurano che durante il nuovo anno le buone azioni si moltiplichino come i semi di un melograno.
In molte comunità si usa terminare la cena con un dolce fatto col miele.
I vari piatti che sono mangiati durante la cena di Rosh ha-shanah sono generalmente composti da: fichi, mela, zucca, finochio, fagiolini, porri, bietola, datteri, melograno, testa d’agnello e di pesce.
 


In sinagoga
A Rosh ha-shanah, come anche a Kippur, in sinagoga domina il colore bianco. Bianca è la tenda che copre il luogo ove sono contenuti i rotoli della Torah, bianche sono le “vesti” che coprono i rotoli stessi.
Anche coloro che partecipano alla funzione usano indossare un indumento bianco o aggiungere qualche accessorio bianco agli abiti di festa, in quanto il bianco è simbolo di purezza.
Numerosi sono gli inni, i salmi e i canti che si recitano in sinagoga in occasione di Rosh ha-shanah. (1)
 

Fonti: (1) Clara ed Elia Kopciowski “Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste” ; (2) Elena Loewenthal “Gli ebrei questi sconosciuti”
 
 

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CULTURA
18 settembre 2010
Digiuno del 17 Tamuz 5770 (29 giugno 2010)
Digiuno del 17 Tamuz 5770 (29 giugno 2010) PDF Stampa E-mail

Il 29 giugno 2010 ricorre il digiuno del 17 Tamuz.

Orario officiature 5770

Il digiuno del 17 di Tammuz ricorda la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi, preludio all'incendio e al saccheggio del Tempio che avvennero il 9 di Av del 586 a.e.v.

Così come quest'ultima data ricorda altri eventi infausti della storia ebraica, a partire dall'episodio degli esploratori mandati da Mosè a perlustrare la Terra promessa fino alla cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, anche il 17 di Tammuz ricorda altre sventure.

Fra queste, in particolare, la rottura delle Tavole della Legge da parte di Mosè alla vista degli ebrei che danzavano attorno al vitello d'oro. I Maestri hanno detto che tutte le disgrazie successe al popolo ebraico nella sua lunga storia vengono a far scontare in parte anche quella colpa, commessa a soli 40 giorni da quando erano stati promulgati i Dieci Comandamenti che includevano il divieto d'idolatria. Mosè, secondo l'opinione della maggior parte dei Maestri, ruppe le Tavole della Legge di propria iniziativa (un'altra cosa che Mosè fece spontaneamente fu posticipare di un giorno il dono della Torà da parte di D-o).

Molti si sono chiesti (e non solo fra i Maestri): perché Mosè spezzò le Tavole? Dopo tutto, esse erano opera divina e quindi quanto di più santo si potesse immaginare. Romperle potrebbe sembrare un atto estremamente sacrilego. Come osò Mosè fare una cosa del genere? Varie risposte sono state date. Presentiamo qui la risposta assai interessante che si trova nel commento alla Torà Meshekh Chokhmà, di Rabbi Meir Simcha Ha-Kohen, nato vicino a Vilna nel 1843 e morto nel 1926 a Dvinsk, nella Lettonia, dove era stato rabbino per quasi 40 anni.

"E avvenne che quando Mosè si avvicinò all'accampamento e vide il vitello e le danze, si adirò e gettò le Tavole dalle sue mani, spezzandole ai piedi del monte" (Esodo 32:19).
La Torà e la Fede sono i fondamenti del popolo d'Israele. Tutte le cose sante, come la terra d'Israele, Gerusalemme ecc., sono secondarie e particolari, e la loro santità è subordinata a quella della Torà. Per questo non c'è alcuna differenza di tempo e di luogo per tutto ciò che riguarda la Torà, ed essa è identica sia nella terra d'Israele che al di fuori di questa, a parte i comandamenti specifici che riguardano il suolo della Terra (d'Israele). La Torà è uguale sia per una persona che abbia raggiunto il massimo livello, come Mosè "uomo di D-o", che per quella più umile. Mosè stesso non era che un intermediario (vedi Deut. 5:5), e la Torà non è intrinsecamente a lui legata, ma ha essa stessa una propria ragione di essere. Infatti D-o e la Torà sono un tutt'uno, e come Egli ha la Sua ragion d'essere, così è anche per la Torà, e l'esistenza di questa non dipende se non da quella del Santo Benedetto. Tuttavia, colui che possiede un'intelligenza limitata non riesce a concepire una realtà necessaria in sé e per sé senz'altro scopo. Perciò (i figli di Israele) cercarono con ogni mezzo di farsi delle forme e delle immagini che rappresentassero delle vie di accesso al Cielo, e dicevano: questo è il Carro per la Divinità, questo è ciò che controlla e fa girare tutti gli affari del mondo. A queste forme prestavano culto, offrivano sacrifici e bruciavano incenso. Le danze sfrenate ebbero origine dai loro concetti concreti e visibili. Tutto ciò derivò dal fatto che Mosè aveva ritardato a tornare all'accampamento, e la loro fede ne fu quindi scossa; essi cercarono di farsi un vitello e di farvi scendere uno spirito dall'alto, decretando che quello era il carro della divinità, che controllava il mondo terreno e che li aveva fatti uscire dall'Egitto. Un peccato simile fu commesso successivamente anche da Geroboamo (1 Re, 12).
Questo fu il motivo per cui Mosè si adirò così tanto, e urlò dicendo: Come potete pensare che io sia importante, e che abbia una qualche santità al di fuori dei comandamenti di D-o, a tal punto che in mia assenza vi siete fatti un vitello! Ma io sono un uomo come voi e la Torà non dipende da me. Anche se io non fossi venuto affatto, la realtà della Torà non sarebbe cambiata. Non pensiate che il Tempio e il Tabernacolo abbiano una santità intrinseca, lungi da ciò! D-o benedetto dimora in essi in mezzo ai suoi figli, ma se questi commettono una colpa, la santità abbandona totalmente (gli oggetti sacri), che diventano oggetti qualunque di uso profano. Tito entrò nel Santo dei Santi (del Tempio di Gerusalemme) accompagnato da una prostituta, e non gli successe niente, perché il Tempio era privo ormai di ogni santità. E ancor di più: le Tavole della Legge, "opera di D-o", anch'esse non sono intrinsecamente sante, lo sono solo in virtù vostra. Nel momento in cui la sposa commette adulterio sotto il baldacchino nuziale, le Tavole diventano uguali a pezzi d'argilla privi di alcuna santità. Esse sono sante solo finché voi le osservate. In conclusione: non c'è niente di sacro al mondo a cui si debba prestare culto e sottomettersi. Solo D-o è santo, nella Sua ragion d'essere, e a Lui soltanto sono dovuti omaggio e culto. Tutte le cose sacre sono tali solo per effetto dell'ordine del Creatore, che ha comandato di costruire un Tabernacolo dove presentare, a Lui solo, sacrifici e offerte. Ora possiamo capire perché Mosè, "quando si avvicinò all'accampamento e vide il vitello e le danze" e comprese quanto grande fosse il loro errore, "si adirò e gettò le Tavole dalle sue mani": egli voleva far capire che non c'è nessuna santità e divinità al di fuori della realtà del Creatore, sia benedetto il Suo santo Nome. Se Mosè avesse consegnato loro le Tavole, essi avrebbero semplicemente sostituito il vitello con le Tavole, senza capire il proprio errore. Ma quando ruppe le Tavole, capirono quanto lontano essi fossero dallo scopo della fede e dalla pura Torà. Non c'è alcuna santità nel creato se non in virtù del fatto che Israele osserva la Torà in accordo con la volontà del Creatore, sia santo il Suo Nome benedetto, il vero Essere. Per questo il libro del Deuteronomio (4:15) ci ammonisce: "nessuna immagine voi vedeste…".
Traduzione e adatt. dall'ebraico a cura di David Gianfranco Di Segni (originalmente pubblicato su Shalom)
 

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CULTURA
18 settembre 2010
Tisha Beav 5770 (20 luglio 2010)
Tisha Beav 5770 (20 luglio 2010) PDF Stampa E-mail

Tisha Beav è celebrato quest’anno (2010) il 20 luglio (dal 19 luglio sera al 20 luglio sera).
Il digiuno è da lunedì 19 luglio ore 20,48 a martedì 30 luglio ore 21.16.

Orario officiature per Tisha Beav 5770

Il 9 del mese di Av nel calendario ebraico cade la giornata di lutto Tisha Beav. E’ uno dei maggiori digiuni del giudaismo dopo quello di Yom Kippur. Non è un giorno di espiazione come Yom Kippur ma un giorno di lutto. Alcuni hanno detto che Tisha Beav era il giorno più triste della storia ebraica.

 

Il 9 di Av dell’anno -586 dell’era cristiana, Nabucodonosor II marcia su Gerusalemme e distrugge la città e il primo Tempio, cacciando parte del popolo ebraico in Babilonia.
Il 9 di Av, 656 anni più tardi, Tito distrugge il secondo Tempio, brucia Gerusalemme e caccia gli ebrei fuori dalla Palestina.
Il 9 Av è per questa ragione considerata l’inizio dei due esili.
 
Il digiuno dura 25 ore dal tramonto del sole all’apparizione delle prime tre stelle il giorno successivo.
Come a Yom Kippur, si osserva un digiuno completo (no cibo e no bibite).
 
  http://www.comunitadibologna.it/index.php?option=com_content&task=view&id=175

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